My Video

martedì 3 novembre 2026

LOKCTOBER: IL DONO DELLA RINUNCIA.

Ben ritrovati miei avidi lettori, da poco si è concluso uno dei mesi più importanti per uno slave: Ottobre.
Ottobre non è un mese come gli altri. Per chi conosce il significato più profondo della devozione, è un invito a riscoprire il valore dell'attesa, della rinuncia e, soprattutto, dell'appartenenza.
È il mese della castità. Il mese in cui il piacere smette di essere qualcosa da inseguire e diventa qualcosa da saper donare.
C'è una bellezza particolare nella rinuncia. Una bellezza che non tutti sanno comprendere, perché viviamo in un mondo in cui tutto deve essere immediato, consumato, soddisfatto. Eppure esiste un piacere diverso, più sottile e profondamente seducente: quello di sapere che il proprio desiderio non è più soltanto proprio.
Donare la castità alla propria Padrona significa compiere un gesto che va ben oltre la semplice negazione dell'orgasmo.
Significa riconoscerLe un'autorità, concederLe uno spazio privilegiato nella propria dimensione più intima, accettare che persino il piacere personale possa diventare materia della Sua volontà.
È un modo per dire: anche questo, Padrona, Le appartiene. E quanto può essere potente una simile dichiarazione?
Chi mi segue lo sa quanto io creda nel mettere la castità ai piedi della propria Regina.
La castità non è soltanto un corpo che attende. È una mente che impara a convivere con il desiderio senza pretendere di soddisfarlo. È la capacità di trasformare l'impulso in disciplina, l'attesa in devozione, la rinuncia in un omaggio quotidiano.
Ogni giorno vissuto senza cercare la propria gratificazione diventa un piccolo tributo a Colei alla quale si è scelto di appartenere.
E c'è qualcosa di straordinariamente intimo e sensuale in tutto questo.
La Padrona diventa il pensiero che accompagna l'attesa, la presenza che dà significato alla rinuncia, la figura alla quale rivolgere ogni desiderio che non si vuole più vivere soltanto per sé.
Non mi è mai interessato soltanto l'aspetto della privazione. Mi è sempre interessato ciò che essa rappresenta: la capacità di scegliere di non soddisfarsi, di mettere da parte l'immediatezza del proprio piacere per dare valore a qualcosa di più grande. Un gesto che, nella sua essenza, diventa un dono.
Perché non tutto ciò che si dona deve essere materiale. A volte il dono più significativo è proprio quello che riguarda una parte profondamente personale di noi stessi.
La castità, quando nasce da una scelta consapevole e da un autentico desiderio di appartenenza, può diventare una forma di omaggio straordinariamente intima.
E forse è proprio questo il suo fascino più grande: non sapere quando arriverà il piacere, ma sapere per chi si è scelto di custodirlo.
Io credo profondamente nel valore di questo mese. Credo nella disciplina, nella devozione e nella bellezza di un desiderio che sa aspettare. Credo che ci siano doni che acquistano valore proprio perché richiedono un sacrificio.
E credo che una Padrona sappia riconoscere quanto possa essere prezioso ciò che viene deposto ai Suoi piedi.
Ottobre passa. La castità può anche avere una scadenza sul calendario.
Ma il significato dell'appartenenza, quando è autentico, non dovrebbe esaurirsi con la fine del mese.
Perché il vero omaggio non è semplicemente rinunciare a un orgasmo. È scegliere a chi dedicare il proprio desiderio.
E poi c'è quell'aspetto della castità che ho trovato da sempre irresistibilmente eccitante: il potere di sapere che qualcuno mi desidera, che il suo pensiero ritorna continuamente a me, che ogni suo impulso si scontra con una decisione che non gli appartiene più.
Immaginate la tensione di un desiderio che cresce, di un'attesa che si prolunga, di una fantasia che non trova immediata soddisfazione. Sapere che basterebbe un gesto, una parola, un ordine per cambiare tutto, ma che la decisione spetta alla Padrona.
Non c'è forse qualcosa di profondamente seducente nel sapere che il proprio piacere è nelle mani di un'altra persona?
La vera provocazione non è soltanto negare un orgasmo. È saper alimentare il desiderio senza concedergli una risposta immediata. È lasciare che l'attesa diventi presenza costante, che il pensiero della Padrona accompagni anche i momenti più ordinari della giornata.
Un uomo in castità non custodisce semplicemente il proprio desiderio. Custodisce un'attesa che ha scelto di dedicare a una Donna e una Padrona consapevole del proprio potere sa quanto possa essere delizioso essere il centro di quell'attesa.
E allora, miei avidi lettori, fermatevi un istante a riflettere: quanto vale il vostro piacere se non siete disposti, almeno una volta, a rinunciarvi per qualcosa che sentite più grande?
Forse Loktober è proprio questo: una prova di consapevolezza, un esercizio di devozione, un modo per scoprire quanto possa essere intenso desiderare senza pretendere, attendere senza reclamare, appartenere senza avere continuamente bisogno di una ricompensa.
Io trovo estremamente seducente l'idea di un uomo che sappia affidare alla propria Padrona non soltanto le proprie attenzioni, la propria obbedienza o la propria disponibilità, ma anche la gestione del suo piacere più intimo.
Ricordate che la castità non è una privazione ma è il privilegio di chi sa attendere il permesso, perchè il desiderio è vostro ma a decidere quando appagarlo è potere della Padrona.






giovedì 1 ottobre 2026

Il potere dell'attesa

Bentornati miei avidi lettori,
a chi legge in silenzio, a chi lascia un commento, a chi torna ogni volta per cercare una nuova storia, una nuova emozione, una nuova parte di me
Questo spazio è diventato molto più di un semplice blog. È diventato il luogo in cui posso lasciare traccia della mia voce, dei miei pensieri, delle mie esperienze e, soprattutto, della mia idea di dominio. Una dominazione che non si ferma alla superficie, non vive soltanto di ordini, regole o parole pronunciate con fermezza.
Qui sono io a scegliere le parole, io a decidere quanto mostrarvi, io a stabilire quando lasciarvi entrare un po’ più vicino.
Ogni post nasce da una parte di me. Da un’emozione, da un’esperienza, da uno sguardo, da quella particolare sensazione che nasce quando il potere passa dalle parole alla mente e dalla mente arriva molto più in profondità.
Sono comunque consapevole di non aggiornarlo tanto quanto voi desiderereste, ma sapete che io amo fare ciò che aggrada a me e non racimolare consensi e followers, quello lo lascio a chi sgomita in questo mondo per poter essere seguita.
Sono però felice di vedere quanto continuate a leggere, seguire, commentare. 
Ora quindi accomodatevi, leggete lentamente. lasciate che siano le parole a fare il primo passo. perché se siete arrivati fin qui, forse non state semplicemente cercando di capire cosa significhi essere dominati. forse volete scoprire cosa significa appartenere.
I rapporti veri di dominazione non sono fatti solo di comandi pronunciati ad alta voce, tributi inviati a comando, vizi da soddisfare e lussi da sfoggiare. Esiste un livello più profondo, quello che distingue una dinamica passeggera da un legame viscerale e indissolubile: il rispetto, la devozione e il sacrificio.
Un vero schiavo non si limita ad obbedire quando tutto va bene. Un vero schiavo mette la sua Dominante al centro del proprio universo, sempre, con una devozione costante e silenziosa. È una presenza che ho respirato con particolare intensità quando alla sua porta, lungo il cammino della vita, hanno bussato problemi importanti. In quei momenti non servono parole superflue o pretese fuori luogo: serve la capacità di proteggere, di fare un passo indietro e di rispettare il silenzio e l'intimità di chi si ha di fronte, a prescindere dal ruolo di Dom o slave che si ricopre nella coppia.
È proprio questo rispetto assoluto per la persona prima ancora che per il ruolo a creare fondamenta incrollabili. 
È la consapevolezza che il sacrificio non è una punizione, ma il tributo più alto e spontaneo alla mia figura. 
In questo post leggerete cosa significa davvero costruire un rapporto di dominazione duraturo, dove la vera devozione si misura nel sacrificio che diventa puro piacere.
Era passato troppo tempo dall’ultima volta che ci eravamo visti.
La vita, gli impegni e le distanze spesso riescono a mettere ostacoli anche quando il desiderio di incontrarsi rimane intatto. Ma lui non ha lasciato che fosse la distanza a decidere per lui.
Tanti chilometri percorsi per un incontro che, fin dall’inizio, sapeva sarebbe durato troppo poco.
Quando l’ho visto arrivare, ho notato immediatamente il suo sguardo. E quando i suoi occhi mi hanno finalmente vista avvicinarmi alla macchina, ho capito che, per lui, quel viaggio aveva già avuto un significato. Notavo i suoi occhi scrutarmi da lontano mentre mi sfioravo i capelli, osservare  il vestito che faceva che faceva intravedere il suo paradiso terreste e poi più mi avvicinavo e più il suo sguardo si piegava alla ricerca di una delle sue droghe : i miei piedi
Piedini laccati, curati e incorniciati nei sandali visto che ormai l'estate era esplosa.
Mi è venuto incontro, mi ha baciato la mano, mi ha sorriso e mi ha aperto la portiera della macchina. Mi sono accomodata, facendo salire un po' il vestito , perché se non c'è un pizzico di sensuale sadismo io non mi diverto, ma lui lo sa, mi appartiene da diversi anni e ogni volta non sa mai quale emozione lo travolgerà.
Dopo le prime battute basate su piacevoli complimenti da parte sua, mi ha chiesto se volessi cenare, fare un aperitivo o se avevo in mente cosa volessi fare della sua esistenza quella sera.
Il tempo purtroppo non era tanto, perché ci sono molti km di distanza  come ho già accennato e già parte di questo tempo era stato consumato per il viaggio.
La cena non mi interessava. L’unica cosa di cui volevo cibarmi era il suo desiderio: volevo assaporare ogni sua singola speranza, ogni fantasia taciuta che bramava di ottenere, in un gioco perverso dove ogni mio sguardo lo seduceva e lo torturava allo stesso tempo.
Sapevo perfettamente cosa stava aspettando. Lo carpivo.
Quella tremenda voglia di inginocchiarsi davanti a me era quasi impossibile da nascondere.
E la cosa divertente era proprio questa: lui aveva fatto tutti quei chilometri per vedermi, ma il fatto di essere arrivato davanti a me non significava automaticamente che avrebbe ottenuto ciò che desiderava.
Lui lo sa però che il desiderio non è un diritto, certo si può desiderare, sperare, attendere, ma sono io a decidere e più percepivo la sua impazienza, più mi divertivo a mantenere il controllo della situazione.
Mi piace quella parte della dominazione in cui non è necessario alzare la voce, non serve imporre.
È sufficiente uno sguardo. Un silenzio. Un semplice "non ancora" non detto, ma sussurrato dagli occhi
E improvvisamente tutto cambia.
Adoro giocare con le sue debolezze, amo manipolare i suoi desideri. Lo faccio da anni. Sono l'unica, abile burattinaia dei suoi pensieri: decido io quando muovere i fili della sua mente e quella sera stavo tessendo con cura la tela della sua bramosia. Più percepivo la sua urgenza di gettarsi ai miei piedi, più glielo negavo. 
Sapevo esattamente cosa gli stesse passando per la testa: il terrore che il tempo finisse, la frustrazione di doversene andare senza il premio di cadere ai miei piedi. Giocare con le sue aspettative è un privilegio che mi prendo sempre. Solo allo scadere del tempo, quando l'ora del congedo era arrivata, ho deciso di dargli una briciola. Gli ho concesso di poggiare le labbra sui miei piedi. Un bacio rapido, un tocco quasi impercettibile, prima di ordinargli immediatamente di ritornare in piedi. Ho visto i suoi occhi perdersi nella devozione più assoluta: quel bacio gli ha iniettato un'energia pura, come se un semplice contatto con me avesse riacceso ogni sua fibra, ripagandolo di ogni singolo chilometro e di ogni minuto d' attesa.
Quel bacio è stato la sua linfa vitalizia, la scarica di adrenalina che lo ha fatto rinascere, trasformando il suo tormento nella devozione più profonda.
Prima di congedarsi da Me però c’era ancora un ultimo desiderio che lo consumava, un gesto che custodiva dentro di sé fin dal primo istante della serata e che non aveva ancora osato compiere. Con una timida, quasi timorosa intraprendenza, ha estratto il portafoglio. In un atto di pura devozione si è umiliato, supplicandomi di accettare un tributo spontaneo per il mio benessere. È questo che adoro di lui: non ho mai amato chiedere, non è nel mio stile. E vedere come prevenga ogni mia necessità, come si privi di qualcosa per me senza che io debba pronunciare una sola parola, è la sublimazione più alta del nostro legame.
Gli ho concesso una carezza sul capo come sigillo a quella serata. Mi sono voltata e me ne sono andata, sentendo il suo sguardo impresso sulla mia schiena. Poco dopo, mentre divorava l'asfalto per tornare alla sua realtà, il telefono ha squillato: la sua voce era un filo tremante, ancora sopraffatta dall'emozione.
Poi, durante il suo lungo viaggio di ritorno, è arrivata la sua chiamata: la sua voce ancora tremante tradiva l'impatto di ogni singolo istante vissuto. Mentre macinava chilometri nella notte, la sua mente continuava a riavvolgere il nastro di quella serata, rivivendo ogni attesa, ogni diniego e quel singolo, inestimabile contatto che gli avevo concesso.










giovedì 7 maggio 2026

Il dolce peso dell’appartenenza


C’è una parola che nel mondo della dominazione viene spesso fraintesa: appartenenza.
La si immagina come una rinuncia, una perdita di autonomia, un confine che si chiude.
E invece, per chi la vive davvero, l’appartenenza più autentica nasce solo dove esiste libertà.
Appartenere non è perdere se stessi. È scegliere. È guardarsi dentro e dire: sì, lo voglio.
L’appartenenza non è una gabbia, è una porta aperta. È la libertà più profonda che io conosca: quella di donarsi senza maschere, senza paura, con il cuore nudo...donarsi perché si desidera, non perché si deve.
Il collare, simbolo dell'appartenere, non è un simbolo di sottomissione cieca.
Appartenere non significa smettere di essere. Significa scegliere di esserci.
È fiducia che vibra sulla pelle, è presenza costante, è sapere che c’è un legame che ti vede, ti riconosce, ti sceglie ogni giorno e indossare il collare significa dire: io sono qui, consapevole e vivo.
C’è un’eccitazione che non ha nulla a che fare solo con il corpo. È mentale. È emotiva. È quell’istante in cui senti di appartenere e, paradossalmente, di essere più libero che mai. Perché nulla è più libero di un dono fatto con volontà, rispetto e desiderio.
Appartenere è un brivido che nasce lento e poi esplode sotto la pelle.
È sentire il respiro farsi più profondo mentre accetti, desideri, reclami quel legame che ti stringe l’anima prima ancora del corpo...la passione non chiede permesso: arde.
È una scelta consapevole, feroce, eccitante. È inginocchiarsi non per debolezza, ma perché farlo ti accende, ti centra, ti rende vero. Donarsi è un atto erotico potentissimo: offrire il proprio controllo, la propria vulnerabilità, il proprio desiderio come un regalo sacro.
Il collare infatti non si indossa. Si sente.
Pesa sul collo come una carezza costante, come una mano invisibile che ricorda a chi appartieni e perché. È un segno intimo, quasi indecente nella sua intensità emotiva. Ti stringe il cuore mentre ti libera la mente. Ogni volta che senti la sua mano contro la tua gola, qualcosa dentro di te trema e si apre.
Il collare è quella linea sottile tra controllo e abbandono, tra fuoco e fiducia…dove il piacere non è solo del corpo, ma diventa identità.
C’è qualcosa di profondamente profondo nell' appartenere restando liberi. È un paradosso solo in apparenza. Perché quando il legame è scelto, quando l’abbandono è consapevole, quando il potere è scambiato con rispetto… allora l’appartenenza diventa un luogo in cui respirare, non una prigione da cui fuggire.
Ed è forse una delle forme più profonde di amore e desiderio che rende vivi.
Quando parlo soprattutto dell’appartenenza del mio schiavo, non parlo di possesso nel senso che molti temono. Parlo di una scelta che si rinnova ogni giorno. Di una presenza che si offre senza annullarsi, che si affida senza scomparire. Nel momento in cui sceglie me, io divento il luogo in cui può deporre il suo mondo, il punto fermo a cui tornare quando tutto il resto è rumore.
Essere la sua Padrona significa custodire ciò che mi viene consegnato. Non sfruttarlo. Non dimenticarlo.
La sua appartenenza non dice “ti possiedo”, ma “sei qui perché vuoi esserci”. C’è un momento, spesso, in cui sente il legame come un filo teso tra due anime. Lei da una parte, stabile. L’altro dall’altra, che si lascia andare. E in quel filo si sente la propria forza, ma anche la propria umanità.
L’appartenenza ricorda che il potere vero non è dominare, ma sostenere senza crollare.



E voi come vivete l'appartenenza

lunedì 3 novembre 2025

Un calice , un ordine , un respiro: l'arte della cena perfetta



Non era una cena qualunque e lui lo sapeva. Io non avevo pensato fin da subito ad una cena insieme, ma sapevo bene che lui lo sognava da anni. Quel desiderio silenzioso, nascosto sotto mille attenzioni, sotto mille pensieri senza voce, finalmente avrebbe preso forma.
Il pomeriggio era trascorso tra passi misurati e sguardi d’intesa, in una danza sottile di controllo e abbandono. Lui, devoto e attento, era al mio fianco come sempre, ma oggi c’era qualcosa nell’aria, un’aura di promessa che lo avvolgeva.
Ogni dettaglio era stato pensato da me, non solo per essere visto, ma per essere vissuto. Eleganza, controllo, essenzialità.
Non ho bisogno di alzare la voce, né di fruste, né di giochi scenici con lui.
Il mio potere è più sottile, più lento. Più vero.
Amo il silenzio che spesso si crea tra Me e lui quando lo osservo e lo metto in difficoltà, perchè nel silenzio c’è tutto: la tensione, l’adorazione, la paura sacra che nasce quando si sa di essere esposti, visti, letti dentro.
Una cosa che non gli ho mai rimproverato è quel quel timore di sbagliare qualcosa, è parte del dono che mi fa ogni volta che si arrende.
Quando arrivammo al ristorante sul fiume, con le luci che si riflettevano nell’acqua calma, l'auto si fermò dolcemente davanti al ristorante, accanto al fiume. Le luci basse, il riflesso dell’acqua, il profumo della sera: tutto era perfetto. 
Scese per primo e aprì la portiera con la grazia silenziosa che avevo insegnato. Mi guardò. Non disse nulla ,non serviva. Lo sguardo era già un’offerta. Posai la mia mano nella sua, e sentii la sua pelle tesa, calda, viva.
Mi accompagnò verso l’ingresso. Il suo braccio sfiorava il mio, ma non osava stringere. Ogni gesto era misura, contenimento, rispetto. Mi fece strada come se aprisse un tempio, e io lo attraversai come una dea consapevole di ogni passo, di ogni sguardo che ricevevo e lui geloso e devoto dietro di me.
All’interno la sala aveva luci soffuse ed era piena di altri commensali , la cameriera ci accompagnò al tavolo, lui come un galantuomo sa fare , mi fece accomodare e poi si sedette
 Ordinai io, naturalmente per prima e lui prese la stessa portata
Durante la cena il suo sguardo mi scrutava, mentre mi ascoltava raccontare di altri slave che mi corteggiano o ambiscono a essere miei, oppure di colleghi invadenti che mi stressano a lavoro
Mi ascoltava in un mix di nervosismo, eccitazione e devozione, emozioni che in lui danzano sempre insieme, come il fuoco, l'ombra e la luce.
Lo guardai. I suoi occhi erano limpidi, ma dentro c’era quella tempesta che solo io sapevo leggere: il desiderio di servirmi, la tensione dell’adorazione trattenuta, l’attesa di un cenno, di una carezza, di una parola più tagliente.
Adoro da sempre il modo in cui mi guarda, amo il suo respiro che muta ad ogni mia parola; anche i silenzi tra di noi sono carichi di meravigliose sfumature
 Ogni gesto a tavola era una preghiera che lui recitava col corpo. Era divinamente eccitante vedere gli sguardi di altre persone su di noi, mentre lui non riusciva a stare fermo sulla sedia, lamentandosi del fatto che fossimo troppo distanti seduti l'una di fronte all'altro. Gli dissi che doveva attendere , lì era il suo posto perchè così avevo deciso, era già un gran dono essere a cena seduto al tavolo con me, occhi negli occhi
Il cibo arrivò. Delicato, sensuale. Assaggiava solo dopo di me. Ogni mio sguardo era un semaforo, ogni mia pausa un comando invisibile.
Mentre mangiavo i suoi occhi si nutrivano , non della cena, ma di me e  arrivò la fine della serata, ci dirigemmo verso l'uscita, Lui pagò con le mie carte( i suoi conti sono miei da anni ormai),con le mie istruzioni, con il mio nome nella testa e il mio potere nel suo cuore che scorreva intensamente. 
Uscimmo dal ristorante, andammo in macchina , la mia mano accarezzava la sua nuca mentre lui non aspettava altro che gli dicessi che era stato impeccabile, che mi aveva reso fiera di lui.
Sorrisi e basta, mentre ripartiva per riaccompagnarmi a casa
In macchina continuava a scrutare ogni mio gesto e in quello sguardo attento e investigativo c'era tutto: la dedizione, la resa, la pace, l'amore
Lo fissai. Quegli occhi alzati verso di me, così persi, così colmi, erano l’unico specchio di cui avessi bisogno. E mentre la notte si stendeva attorno a noi come velluto, compresi ancora una volta quanto profondamente lo possedessi ,compresi che la vera ricompensa per lui non era il tocco della mia mano, né il calore del mio corpo, ma quell’attimo eterno in cui io lo vedevo. completamente. C'è un potere più profondo del controllo. È il potere di farsi adorare senza chiedere nulla e ricevere tutto.  
Mi appartiene in profondità, come un fiume in piena. Come il silenzio. Come il potere che danza sottile. 
Come due cuori che in modo diverso vivono un sentimento chiamato APPARTENENZA







 


giovedì 25 settembre 2025

Locktober : non solo un gioco di resistenza


Ben ritrovati miei attenti lettori, innanzitutto vorrei manifestare il mio gradimento ai vostri commenti anche quelli in cui mi si ringrazia per il collare che si ha con altre Domine, definendomi colei la quale ha permesso loro di capire cosa voglia dire appartenere a qualcuno.
Oggi, visto l'avvento del mese di ottobre, voglio nuovamente dedicare un post ad un argomento a me molto caro e che ritengo essere uno dei doni più belli ed eccitanti che uno schiavo possa fare alla sua Padrona: la castità.
 Il valore della castità per uno slave  può assumere una forte carica simbolica, psicologica ed erotica, racchiudendo in se: controllo e possesso, stimolazione mentale e devozione totale.
La castità è spesso usata per rinforzare il controllo del dominante sul corpo e sul piacere dello slave, ma non è solo questo , sarebbe troppo riduttivo.
C'è un mondo di meravigliose emozioni nel privarsi del piacere , l'orgasmo non è più un diritto, una conseguenza all'atto sessuale ma un privilegio concesso.
La negazione del piacere può intensificare il desiderio e aumentare il coinvolgimento emotivo.
Lo stato di perenne attesa e frustrazione porta lo slave a focalizzarsi ancora di più sul proprio dominante, creando una forma di dipendenza psicologica e  di devozione.
Per me la castità non è solo assenza di orgasmo: è un dono, una forma di disciplina, e' una dichiarazione di appartenenza. È uno strumento potente, che può rafforzare la dinamica di dominazione/sottomissione e rendere il rapporto più profondo, intenso e coinvolgente, al di là degli aspetti fisici o dei rituali, si tratta di un gesto d’amore puro. Si dona non solo il corpo , ma il tempo, la volontà, i desideri; tutto viene affidato alla propria Regina perchè in lei lo schiavo trova il suo rifugio e la sua pace.
Sono in castità è come dire  mi fido di te più di quanto io abbia mai fatto con chiunque, voglio che tu veda ogni parte di me, anche quelle che io stesso ho paura di guardare e desidero che tu sia la mia guida, il mio centro, la mia voce quando io scelgo di tacere.
Rinunciare al piacere per la propria Padrona è un piccolo grande atto d'amore, ogni rinuncia è un ti penso, ogni attesa un mi affido a te e ogni giorno in castità un sono tuo.
La castità, in questo contesto, smette di essere solo un gioco fisico, diventa una poesia silenziosa
Molti pensano che la negazione dell'orgasmo sia solo controllo , ma la verità è che è anche connessione, voglia di migliorarsi, complicità, fiducia, appartenenza pura.
C’è qualcosa di sacro in questo gesto, qualcosa che le parole spesso faticano a contenere, ma che lo slave sente, ogni giorno, nel profondo del suo essere.
Locktober non è solo un gioco di resistenza, non è solo un mese di castità o di privazione, è come asserivo prima un vero e proprio atto di amore e un mondo meravigliosamente eccitante di dire ti appartengo nel profondo, perchè nella volontà di rinunciare c'è tutta la passione e la devozione
Ogni giorno che passa, ogni desiderio trattenuto, ogni impulso che si affida alla Padrona, è un filo invisibile che lega sempre di più; non è sofferenza, anzi è dedizione e la presenza della Domina è forte anche quando si è distanti.
Non è un lucchetto sul membro a fare la castità, ma l'emozione e l'adorazione che la guidano.
Il ruolo della padrona non è solo quello di controllare ma di guidare e contenere; è una presenza che plasma e accoglie, che domina con fermezza ma anche con cura.
È Lei che governa l’attesa, è lei che con un silenzio comanda, con uno sguardo prolunga l'attesa, con una parola, libera o trattiene ancora nella sua morsa.
Locktober non è solo qualcosa di eccitante ma è un gioco di potere intrigante che porta in un vortice di sensazioni fisiche che passano dal semplice stuzzicamento ad una sempre più profonda crescita del desiderio, fino ad un addestramento vero e proprio, fatto di correzioni, rinunce e difficoltà che porta alla vera appartenenza.
ed io non vedo l'ora, tra qualche giorno, di vedere come vivrà la sua castità il  mio servo.

TO BE CONTINUED....